Since ’96. Auguri Owlie.

Più mi guardo intorno, e più realizzo quanta gente opportunista, egoista e totalmente anaffettiva c’è. Non mi abituerò mai al pensiero che ci sono persone che non fanno le cose a viso aperto, che non sono in grado di voler bene e a dimostrarlo. Faccio fatica, a lungo andare, ad interfacciarmi con chi si nasconde sempre dietro un dito, con chi c’è solo quando gli conviene, con chi vuole fare troppo il duro, e con chi non è in grado di portare anche solo un piccolo contributo alla mia vita. Quelli sono rapporti di convenienza, e per cui non vale la pena faticare.

Nonostante riesca ad avere a che fare con tutti, a farmi amico anche un sasso, quando scelgo chi deve starmi accanto non è mai casuale. Le persone le seleziono, ci sono perché le voglio, e ci metto un po’ a capire che magari ho fatto una cazzata. Quelle persone che inizialmente mi sembravano tanto perfette, a volte sono state le stesse che non mi sono state complici, che a volte mi hanno fatto sentire inadatta, e nel peggiore dei modi. Si, fare scelte, non è mai stato il mio forte, non a caso, infatti la persona più cara a me non l’ho scelta, mi è capitata.

Ho conosciuto lei: La Bonnie al mio Clyde, la Thelma alla mia Louise, la mia metà.

Nel ’96, nella mia scuola dell’epoca, ho incontrato quella che si può realmente definire l’altra mia metà. Così mi sono ritrovata ad avere un’altra sorella, non di sangue, ma è come se lo fosse. La sentivo urlare tutte le mattine nei corridoi, la vedevo dimenarsi e aggrapparsi alla madre, perché odiava con tutte le sue forze quella scuola che poi sarebbe stato il principio di un legame che ci porteremo avanti per il resto della nostra vita. La maestra per tranquillizzarla la faceva sedere vicino a me tutte le mattine, perché ero la bambina più simpatica, e riuscivo sempre, in un modo o nell’altro, a farla ridere. Lei si placava, e finivamo poi per fare troppo casino, quindi dopo poco venivamo divise con la forza. Capelli a fungo, cerchietti di velluto, vamp sin da piccola, se l’avessi conosciuta adesso mi sarei fermata all’apparenza, e l’avrei odiata… ma quanto mi sarei persa. Avrei perso metà del mio cuore. Tutta la mia anima.

Da quel giorno non ci siamo mai separate. Elementari, medie e liceo tutti trascorsi insieme, nella stessa classe. Compagne di banco, e di vita. Non c’era nulla che non facessimo insieme. Parlavamo uguale, e scrivevamo uguale pur mantenendo la nostra individualità, e i nostri caratteri opposti. Ci siamo sempre capite anche solo con uno sguardo.
Io sono istintiva, un libro aperto, quello che vedi è esattamente quello che è. Non ci sono retropensieri, non ci sono tattiche, e non c’è ragione. Mi butto a capofitto in tutto quello che il mio cuore sente forte. Protezione, presenza, rispetto e purezza, sono alla base di ogni rapporto che ho con chi amo davvero, e non c’è giorno in cui loro non se ne rendano conto di quanto sono importanti per me.
Lei è razionale, a tratti frigida, ha un modo tutto suo di amare. Non ci sono gesti plateali. Ci sono piccole cose, agli occhi di tanti irrilevanti, ma sono quelle che fanno la differenza, come sempre. Ha un animo dolcissimo, non giudica nessuno, è forte e indipendente, a tratti solitaria. Ha pochi punti fermi, e per quelli non si tira mai indietro. Mostra sempre il suo lato peggiore alla gente, e questa è una cosa che ancora oggi mi lascia sconvolta, dopo 20 anni. Aver mostrato a me il suo lato più dolce, non contornato da logica, semplice, forse è la sua più grande dimostrazione d’affetto, e non c’è giorno in cui non ne tenga conto. Soprattutto in quelli in cui mi fa incazzare, o in quelli in cui soffro particolarmente il fatto di non averla più a 10 minuti di distanza da casa mia. Il suo trasferimento a Milano inizialmente mi terrorizzava. L’idea di non avere più una complice a tempo pieno, nel quotidiano, perdere il mio punto di riferimento più forte mi faceva sentire spaesata.
Col tempo poi ho capito che anche se non l’avevo più con me fisicamente, lei è me. E’ come se non ci fossimo mai separate, perché ci apparteniamo da una vita. Si dice che “Solo ciò che non trattieni ti appartiene davvero”, e noi non ci siamo mai dovute “trattenere”, non ci siamo mai dovute giustificare l’una con l’altra, ci siamo sempre capite, confortate, fatto forza a vicenda. Non c’è mai stata una volta in cui ho dovuto spiegare perché mi fossi comportata in un modo, perché anche se non condivideva il mio punto di vista, l’ha sempre capito. Ed io capivo il suo. Alla fine col tempo ho realizzato che questa è la più grande forma d’affetto.. Qui nasce la radice della complicità. Dal capirsi senza doversi spiegare. Dall’accettare, senza aggredire, dall’amare senza pretendere nulla in cambio.
Questa non è semplice amicizia, è famiglia.

Auguri Whoopy Owlino mio. Tanta vita ci aspetta. Tanti passi da fare tenendoci sempre per mano.

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Definitely not a party animal but the bestEST friend. 

Per ogni festival dovrebbero mettere un avviso con su scritto: “se sei alto meno di un metro e sessanta, comprati il dvd dell’evento e veditelo a casa mentre mangi della pizza.”
Questo sarebbe stato gradito, soprattutto per chi come me non è il frutto di una colonia di watussi.

Settimana scorsa ho regalato ad una delle mie più care amiche un biglietto per il Mates Festival che si teneva a Napoli, dove suonavano Axwell e Ingrosso. Suoi miti since ever. Non essendo una party animal, e in generale odiando la ressa, non amo questo genere di evento. Decido però di immolarmi in nome dell’amicizia e di superare ogni mio limite uscendo di parecchio dalla mia amata comfort zone. Munita di scarpa da ginnastica, outfit confortevole e anelli che facevano da tira pugni, con spirito competitivo/aggressivo parcheggio sulle radici di un albero in un posto chiaramente non idoneo per la sosta.
Dopo essermi assicurata la massima protezione all’auto dal parcheggiatore abusivo di turno, mi accingo all’ingresso dove come al solito la mia età viene messa in dubbio, e ci mettono un po’ per decidere se darmi il bracciale per minorenni o maggiorenni. (Che poi mi chiedo sempre perché, tra tanti criminali, devono sempre venire a scartavetrare la minchia a me? Che si vede lontano un miglio che l’atteggiamento da narcotrafficante colombiano ce l’ho su solo per far capire che anche se sono piccola di statura, un po’ di sana violenza verbale e fisica non te la leva nessuno se mi infastidisci. Chiamasi AUTODIFESA, una cosa che devi imparare dalla prima poppata se sei così minuta.)

Una volta dentro, alla vista della folla già mi parte un po’ di orticaria. Nel momento esatto in cui avverto il prurito, la mia amica mi comunica che il sogno per lei sarebbe quello di geolocalizzarci il più avanti possibile, e centralmente. Con fintissimo supporto le dico che sono più che d’accordo. Che è l’idea del secolo. Che quegli scalini laterali, bellissimi, altissimi, luccicanti, e comodissimi, che avevo adocchiato, alla fine erano troppo lontani. Ci avventuriamo tra la gens, e ovviamente rimaniamo esattamente nell’epicentro della folla. Non avanti, non indietro. ESATTAMENTE AL CENTRO.

Fino a quando suonavano DJ dalla dubbia provenienza era tutto ok. Credevo di farcela, e mi sono come al solito rimproverata per essermi fatta così tanti problemi. Appena è partito il dj set di Axwell e Ingrosso ho poi capito che non sbagliavo, anzi avevo invece sottovalutato tutte le drammatiche conseguenze della mia presenza lì.

Partendo dal presupposto che io tutt’ora non so come siano fatti Axwell e Ingrosso. Se li avessi sentiti seduta comodamente in auto sarebbe stato lo stesso. Le fiammate incredibili che uscivano dal palco, le immagini commoventi sui led, Axwell in piedi sulla console sono tutte cose che mi sono state raccontate. Perché io non ho visto assolutamente nulla. Non mi è caduto nemmeno addosso un coriandolo o un festone.

L’unica cosa che ho visto sono stati peli delle ascelle. Capelli di gente random, gomiti, zainetti e schiene. Mentre la mia amica, dall’alto del suo metro e 80 ballava commossa, io ero in trincea. Lanciando pugni, schiaffi, e insulti di ogni tipo a chiunque mi venisse addosso. Io lottavo contro di loro, ma per loro non ero pervenuta. Non mi vedevano. Ero fuori dal campo visivo del 99,9% della popolazione presente. Ad un tratto sono stata usata anche come comodino di supporto per il salto di gruppo. Ho preso dalle 15 alle 20 gomitate in faccia, al punto che mi sono dovuta coprire il viso con le mani per evitare fratture. Sono stata calpestata e strattonata a destra e sinistra come la palla di un flipper per buone 3 ore.

Ogni volta che però la mia amica mi guardava, fingevo sempre grande, enorme e infinito divertimento per non rovinarle la serata.. Ma solo Dio sa che in quel momento il desiderio che Axwell e Ingrosso andassero a fanculo a dormire è stato più forte del desiderio che avverto al mare di avere una taglia 38. E ho detto tutto.

La gente piangeva commossa, erano tutti esaltati a livelli esorbitanti, e poi c’ero io con le braccia conserte, sempre con la guardia alta, pronta a difendermi da ogni attacco, e con un espressione che rappresentava tutto tranne felicità e euforia. Lo sgomento e la frustrazione erano tangibili ed evidenti sul mio volto mentre tutti saltavano con convinzione sulle note di “More than you know”. Loro cantavano e io urlavo cose inenarrabili e di una blasfemia mai raggiunta prima nella mia esistenza.

Tra la folla un salvatore, mi vede in difficoltà e decide di offrirmi protezione. Non era male, è stato l’unico a cui ho dato udienza, ma quando ho scoperto che si chiama e fa lo stesso mestiere del tipo che mi ha rovinato l’esistenza quest’anno, finisce un idillio e fuggo come se fossi stata inseguita da una valanga di lava rovente. 
La serata finisce quindi così. Io in crisi per questa persecuzione astrale-divina che non fa altro che ricordami quello che non ho, tumefatta per i molteplici scontri, sorda, e incazzata come un testimone di geova quando non gli rispondi al citofono.

Da oggi, non mi venite più a parlare di amicizia, perché qualcuno di più leale e tenero di me non si trova, e questa ne è l’ennesima dimostrazione. Nonostante fossi distrutta a livello fisico e psicologico, vedere la mia amica felice mi ha ripagato di ogni frustrazione.

Un risarcimento danni da Axwell e Ingrosso però lo pretendo lo stesso.

FRANCO & PINCIO.

“Spero che non ti fidanzerai mai, perché poi il centro del tuo mondo non sarei più io.”
Queste furono le parole famose di mio fratello Francesco, quando io avevo pressoché 10 anni. Ero troppo piccola e non capii.. ma fu allora che mi fu lanciato l’anatema. Lui, come un gufo sul trespolo, appena sente profumo di una mia eventuale relazione, fa una serie di riti e macumbe che mettono subito fine ad ogni mio idillio d’amore. Geloso come un siciliano, si cela dietro un’apparenza da uomo siberiano. Me ne ha fatte di ogni. Come quando all’epoca chiamava tizio a casa, e lui rispondeva dicendo che non c’ero, scatenando follie e attacchi d’ira che nemmeno Mario Merola nei suoi film più gloriosi. Mi ha cresciuta a sua immagine e somiglianza. Mi ha insegnato tutto e mi ha trasmesso la maggior parte delle mie passioni. Mi ha fatto innamorare del cinema, e del calcio. Guardo gli stessi film che guarda lui, le stesse serie tv, e parlo e penso come lui. Con mio padre spesso assente per motivi di lavoro, c’era sempre lui quando qualcosa andava storto a farne le veci. C’è sempre lui a farci ridere quando succede qualcosa di spiacevole. Ho la sua ironia, la sua pigrizia, il suo amore per il cibo. Mi ha dato modo di studiare i maschi da vicino, di capirne i modi di fare, i retropensieri, e le intenzioni dietro la maggior parte delle loro azioni. Forse è per questo che la maggior parte dei miei amici sono maschi, perché è come se li capissi di più, come se mi ci trovassi meglio.
Considerata un mito da tutti i suoi di amici, ero (e sono tuttora) un maschiaccio, un fenomeno da baraccone, amavano quasi più passare il tempo con me che con lui. Mi ha insegnato l’importanza di non essere una squinzia, ed è forse grazie a questo sono stata eletta “Ragazza ideale” da tutti i maschi che poi ho friendzonato, e “Pericolo pubblico” da quelli che ho frequentato, perché non sempre fa comodo avere una come me vicino.
Nonostante tutte queste cose belle, mi ha fatto spesso fare delle figure di merda stratosferiche. Mi ha attribuito nomignoli cattivissimi, tutti legati al fatto che godessi di un ottima salute da piccola, e si vedeva. A partire da: GNAPPO, TUBERO, BARATTOLO, SHEILA (come la concorrente grassa, Sheila Capodanno del Grande Fratello) per finire con SHERMAN il professore matto. Mi ha chiamato per anni Shylock, come l’usuraio ebreo del mercante di venezia perché ero la più ricca tra i fratelli. Mi ha per anni ingannato con trattative allucinanti del tipo: “ti regalo 3 giochi per la playstation, se tu in cambio mi dai i tuoi 200 euro”. Io non avevo nessuna playstation, ma era così convincente che alla fine ci cascavo sempre, un po’ per ingenuità, ma soprattutto perché alla fine mi andava. Io per i miei fratelli mi butterei nel fuoco. Farei tutto quello che è in mio potere per vederli sempre sorridere.
Per anni ha organizzato faide in casa tra me e mia sorella, buttandoci su un letto ed esortandoci a combattere, come nella steel cage di Wrestlemania, negli Hell in a Cell match. Mi ha fatto trovare spesso il mio pupazzo preferito, impiccato in salotto. Mi ha insegnato le parolacce. Giravo per casa a 5 anni cantando le canzoni degli 883, e urlando “OH FUCK” per emulare il tizio del videogioco che aveva sul computer, che lo diceva ogni 5 secondi. Io lo guardavo tutto il pomeriggio giocare, sperando che lo facesse fare anche a me. Lui faceva le missioni fighe, e a me invece spettava farlo pisciare. In quel gioco il protagonista si caricava così, con un sano piscio prima di ogni missione.

Sono stata spesso protagonista di torture allucinanti, come il gioco dello sputo che non sto qui a spiegare. Abbiamo per anni fatto tornei di tennis, ping-pong, calcio, e pallavolo in casa. Distruggendo vasi, e rompendo pezzi di antiquariato, ma soprattutto le palle di nostra madre. Ne abbiamo fatti di danni, ma come mi fa ridere lui, poche persone al mondo. E’ il mio gemello, e io il suo mini me. Un associazione a delinquere. Vado avanti con la ferma convinzione che senza lui non sarei la donna che sono oggi. Non avrei il mio carattere, o per lo meno non ne avrei le particolarità che mi rendono così diversa per certi versi. E gliene sono grata. Gli sono grata perché è stata la nostra forza quando papà era troppo lontano. Perché nei momenti difficili ha sempre mostrato forza, e questo l’ha insegnato anche a me. Se mia sorella mi completa, io e lui siamo due gocce d’acqua, solo che io sono la sua versione figa… E anche se gli è difficile ammetterlo, perché è maledettamente orgoglioso, questo lo sa anche lui.

 

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Auguri Poupi.

Mesi difficili questi senza te, sapevo lo sarebbero stati, ma non fino a questo punto. Non credevo che un dolore potesse toccarmi così nel profondo, come quello di non averti più vicina a me. A me che non tocca mai nulla realmente. Ma questo, questo mi ha un po’ cambiata. Ne saresti contenta, a te che ha sempre spaventato il mio modo di fare. “corri corri e non ti fermi mai, non rifletti mai..” Adesso mi sono fermata, ho preso i miei tempi, non ho razionalizzato, e ho dovuto fare i conti con tante piccole sofferenze, tra tutte la tua assenza, che è stata la più grande. Mi ha fatto dare un peso alle altre, mi sono guardata dentro, e con la tua forza poi ho rimesso insieme i cocci e sono ripartita. Come ho sempre fatto. Un po’ a rilento però, devo ammettere, non con la mia solita follia. Sono cresciuta più negli ultimi mesi, che negli ultimi anni. Avrei voluto parlartene, lo avremmo fatto per ore. Mi insegni tanto anche da lontano, e questa è l’ennesima dimostrazione della tua grandezza, di quello che sei stata per me e continuerai ad essere per il resto della mia vita. Abbiamo avuto te come modello di riferimento, una donna impossibile da scalfire, incredibilmente moderna per l’età che avevi, irrimediabilmente pazza, totalmente senza filtri, una che quello che vedi quello è. Per questo ti ho amata così tanto. Sei nei miei passi, in tutto quello che vedo e tocco, e anche se ti sento dentro, sarei ipocrita a non ammettere che pagherei per averti qui, per raccontarti quello che mi succede sempre, come ho sempre fatto. Mia complice, mia guida, l’unica capace di farmi mettere la testa apposto, di fermare le mie follie, e di farmi mollare la presa quando invece sono troppo rigida, e dura, con me stessa e con gli altri. Sono difficile da gestire, dicevi che ero come te. Due anime opposte in un corpo solo, capace di grandi istinti, di grandi passioni, ma allo stesso tempo capace anche di tanta imperturbabilità. Mi capivi con uno sguardo. Mi chiamavi quando ne avevo bisogno senza che io lo chiedessi, perché mi “sentivi”. Sapevi sempre quello che mi passava per la mente, e precedevi ogni mia risposta. “Io tutto quello che fai tu, l’ho detto e fatto prima di te.” Me lo ripetevi in continuazione.

Cerco negli altri qualcuno che ti somigli, per sentirti più vicina. Ma ti trovo guardandomi dentro. Lo vedono tutti, soprattutto il nonno. Che mi guarda con occhi ancora più pieni d’amore da quando non ci sei più. Mi manchi puopi. Me ne accorgo dalle piccole cose ogni giorno di più. Dalle chiamate che non potrò più farti dopo ogni mio esame, dalla luna nuova che non potremo più salutare insieme, dalle canzoni di Sinatra che ballavamo insieme, e dall’odore della mustela che non ti sentirò più addosso. Mi mancherà sapere, solo descrivendotelo, che pensi di chi mi farà battere il cuore, perché non hai mai sbagliato una previsione. Mi mancheranno i tuoi racconti. Ma più di tutto, è straziante sapere che non ci sarai in quelli che saranno i momenti ancora importanti che la vita mi riserva. Oggi, nel giorno del tuo compleanno, proprio non mi riesce di accontentarmi del sentirti dentro, perché vorrei averti qui per festeggiarti come abbiamo sempre fatto. Quello che sei stata per me, Giulia, e Francesco, non è quantificabile.. Hai scritto che mamma e zio sono stati la prima cosa che hai sentito veramente tua. Anche noi siamo stati tuoi. Dal primissimo momento. Non sei stata una nonna, ma un’altra mamma. Ci hai amato senza riserve. Ci hai punito tanto, ma anche viziato a dismisura. Quante ne abbiamo combinate, quanto abbiamo cantato e ballato. Quanta vita sei stata. Ti sei presa cura di ogni nostro bisogno. Hai fatto ridere me e Giulia fino alle lacrime. Ci hai difeso anche quando eravamo indifendibili. Ci hai protetto da miliardi di pericoli che vedevi solo tu. Ci hai dato i nostri ricordi migliori, ci hai regalato il bene più prezioso tra tutti: l’amore incondizionato. E non c’è giorno in cui non ringrazio per averti avuta tutta per noi per così tanto tempo. Anche se ne avrei voluto ancora, perché non basta mai. Racconterò di te, per sentirti sempre vicina, e perché non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo, ma chi ti ha conosciuta davvero sa che è impossibile descriverti. Eri, SEI, rara.

Io ci vedo sempre così, abbracciate, sfocate, ma sicuramente felici.

Auguri poupi mia, ovunque tu sia. Mi manchi da morire.

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27/03 – Scelte.

Io di coppie felici non ne vedo. Coppie che si divertono veramente insieme non ne vedo. Vedo chi sta insieme perché non ha la forza di stare da solo, chi sta insieme per convenienza, chi per far vedere agli altri che è tutto nella norma, e chi perché è semplicemente passivo nella vita. Vedo chi pubblica in continuazione foto sui social ed a stento guarda in faccia la persona con cui sta, a stento le parla, ancora minori sono le possibilità di vederli ridere insieme. Io non posso dire di avere un master in relazioni, ho un’esperienza quasi pari a zero, perché nessuna mia conoscenza può essere considerata da me come una relazione. Magari possono essere definite frequentazioni, ma erano ben lontane dall’essere definite relazioni. Agli occhi di molti io posso sembrare fin troppo cinica, selettiva, con delle aspettative al di sopra del normale, ma io mi domando sempre “Perché?”. Proprio in amore, dove si è liberi di SCEGLIERE, senza nessun tipo di condizionamento, o imposizione, chi avere affianco, perché accontentarsi? Mio padre dice sempre: “Chi hai vicino, può tanto portarti a vedere le stelle, tanto può essere una zavorra e trascinarti in un burrone freddo e tetro.” (E d’altronde, da un uomo Capricorno non potevo aspettarmi altra disamina). Però è così. Io di zavorre non ne voglio, e ho sempre preferito fare un passo indietro da una situazione che mi sta stretta e non mi dà quello che cerco, per farne 100 verso me stessa. Verso quello che voglio veramente.
Perché fare dei passi verso quello che vuoi, significa farli per te. Significa rispettarti, e non svalutarti mai, perché non esistono treni da prendere controvoglia per paura che non ripassino più.Io da un uomo non voglio altro che diventi un mio “di più”. Non una mia estensione, ma un valore aggiunto. Non ho bisogno di qualcuno che mi completi, io sono una persona indipendente e individualista. Non si tratta di “bisogno”, ma di voglia. E c’è una bella differenza. Io ho voglia di avere qualcuno con cui ridere, divertirmi, lasciarmi andare a grandi momenti di passione, fare esperienze, e crescere insieme. Qualcuno con cui vedere e sperimentare cose nuove, qualcuno con cui stare bene in qualsiasi parte del mondo, e in qualsiasi situazione. Non ci sono scenate, non ci sono vincoli, non ci sono scoglionamenti, se non la pura voglia di stare insieme. Di condividere.
Questo è il mio più grande limite. Questa mia concezione, non ha mai fatto sì che io mi lasciassi andare realmente. Se non in due momenti distratti, dove finalmente non pensavo, avevo abbassato la guardia e avevo scelto. Ma ho scelto male.
Mi tengo stretto quello che ho dentro, con la consapevolezza, che quello che ho di più bello da dare, lo riservo a chi un giorno mi farà impazzire. Chi sarà in grado, senza dover fare cose assurde, di dimostrarmi in maniera semplice, che tutto quello che ho sempre pensato e sperato arrivasse da me, esiste. Che ci sono ancora persone che stanno insieme, per il voler stare insieme e basta, perché c’è amore, rispetto, complicità e voglia di scoprirsi ogni giorno e reinventarsi. Chi non ha questo non ha nulla. E preferisco passare tutti i giorni della mia vita a lavorare su me stessa, piuttosto che stare con qualcuno, e avere un rapporto in cui non credo. Il privilegio di stare bene da soli ti regala quello più pregiato, quello di scegliere con chi stare. E secondo me non c’è niente di più bello che Scegliere, Scegliersi, fare della strada insieme, e vedere dove porta.

Poupette.

Dicono che ho il tuo carattere scontroso, la tua testardaggine, che mi mostro sempre forte, con l’aria spavalda e fintamente sicura. Dicono che ho il tuo stesso modo di reagire ai dolori, i tuoi stessi gusti, la tua tenacia. Mi hai sempre detto di camminare a testa alta, di non abbassare la guardia, che la mia forza e la mia rabbia possono diventare un’arma a doppio taglio se non imparo a controllarle. Dicevi che un giorno sarebbe arrivato qualcuno che avrebbe capito il mio valore, qualcuno a cui mostrare le mie debolezze senza vergognarmene, qualcuno che si sarebbe perso nel profondo dei miei occhi. Dicevi che non sempre sarei stata capita, che anche tu l’hai vissuto ed è stato il tuo più grande cruccio. Dicevi che sono intelligente, determinata e giudiziosa, che non avrei mai dovuto farmi abbattere da niente ma soprattutto da nessuno. E che qualora fosse capitato, avrei dovuto trovare il modo, elegantemente, per vendicarmi. Che nessuno puó permettersi di farmi sentire inferiore. E che La forza dello spirito è piú forte della cattiveria e dell’invidia. Dicevi che non avrei mai dovuto accontentarmi, che l’attesa mi avrebbe premiata e regalato la più dolce tra le ricompense. “Tutto arriva a chi sa aspettare.” Lo dicevi sempre. Io aspetto, ma adesso non ho più te a tenermi compagnia, a darmi la forza. Mi sento persa al pensiero di non potermi più appoggiare a te, di non avere più il tuo conforto, i tuoi scossoni, quando mollo un po’ la presa. “Testa alta, ragazzina!”. Me lo dovrò dire da sola d’ora in poi. Però da oggi giro con la consapevolezza di avere dentro un po’ di te, di essere me stessa ma con un po’ di forza in più.. la tua. “la mia nonna è magica, è la mia migliore amica.” Lo dicevo sempre, da piccola, a tutti. La tua magia e la tua forza continueranno a guidarmi. Mi terrai la mano, da lontano, ma io già la sento stringermi forte.

Continueremo a salutare ogni nuova luna insieme.

Ti amo poupi.

5/11

“Potremmo essere in giro a passeggiare in una città qualunque, col caldo, mano nella mano.Questo è il punto: faccio pensieri e desidero cose nuove. Non importa cosa so. Per la prima volta, non importa.

Non so da dove vengono o come si chiamino e non potrei spiegarle a nessuno eccetto te, con un po’ di tempo, con un po’ di pause, con quei silenzi che non saprei riempire, all’inizio.

Ma potrei imparare.

Sono un pessimo romantico, lo ammetto. E’ per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così.

Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine.

Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. E’ l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno.

A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo.

Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.

Verresti?

  • Gli amori difficili, Italo Calvino

Claus principessa guerriera dal cuor di leone.

Succede sempre così. Vedo un film che ritrae un uomo in condizioni in cui deve fare di tutto per sopravvivere e mi domando: e io cosa farei?
La risposta è sempre quella: morirei dopo 5 minuti. Giusto il tempo di insultare qualsiasi specie vivente, e non, che si aggira nei miei paraggi, e farmi un pianto disperato. Ladri in casa, psicopatici che decidono di rapirmi e torturarmi, bloccata nel bel mezzo del nulla (spazio, oceano, deserto), attaccata da animali potentissimi.. se mai dovessi trovarmi in qualsiasi condizione drammatica, il mio suicidio avverrebbe pochi attimi dopo l’aver preso coscienza che sono in una situazione di merda e che non sono in grado di uscirne.

Ieri ho visto un film intitolato “mine” che parla di un militare che rimane bloccato per più di 50 ore su una mina nel bel mezzo del deserto. Tanto coraggio, a me sarebbe bastato sapere che sono bloccata nel nulla più assoluto come condizione massima per farmi capire che sono giunta al capolinea della mia vita e all’apice della mia sfiga. Già mantenere una posizione fissa per più di 10 minuti, per me che sono iperattiva e soffro del “Ballo di San Vito”, avrebbe rappresentato un dramma non trascurabile. Mettici il sole e le tempeste di sabbia, e a quel punto sapere che sono bloccata su un ordigno esplosivo forse sarebbe stato l’ultimo dei miei problemi. La ciliegina sulla mia torta di merda. Avrei probabilmente speso tutte le mie energie per insultare il caporale che mi ha chiesto di aspettare più di 50 ore in the “middle of no way”, con un piede in una fossa pieno di esplosivo pronto a farmi saltare in aria come un firework di Katy Perry. 50 e passa ore di attesa. Più o meno SESSANTA ore aspettando un carro che non mi vedrà mai, pieno di deficienti che già so in partenza che farebbero il minimo sforzo per venirmi a cercare. Già me li vedo fare giri superficiali, cantando qualche canzone dei Pooh, nella camionetta, per poi dirmi via radio: “oh cla ciao, senti, niente, non ti abbiamo trovato.” Non oso immaginare come reagirei, io che non riesco nemmeno ad aspettare le pizze sul divano di casa mia, al caldo mentre guardo netflix.

Mi domando sempre però, in quei 10 minuti di sopravvivenza, tra un insulto urlato piangendo e l’altro che tipo di allucinazioni avrei. Probabilmente, nelle migliori delle ipotesi, vedrei dei kinder bueno che mi parlano; vedrei Ibrahimovic, Daniel Craig, Tom Hardy e Jason statham che fanno uno spogliarello; vedrei mio padre dirmi che abbiamo uno zio americano che si chiama Donald ed è candidato alle elezioni presidenziali, che sta per morire e ha deciso di lasciarmi tutta la sua eredità. E oltre queste belle illusioni, probabilmente avrei anche delle visioni terribili con tutte le cose che mi terrorizzano: vedrei delle mucche, dei topi, il mio rettore del corso di laurea, un libro di farmacologia, il buio pesto,  mio padre che si incazza, e me versione grassissima.

Tra tutti i film che mi hanno comunicato ansia, c’è anche e soprattutto Gravity . In cui Sandra Bullock rimane bloccata nello spazio. Già mi vedo, mentre fluttuo nell’esosfera, probabilmente soffocando nel mio stesso vomito, chiedermi se sono lì perché qualcuno ha letto i miei tweet che esprimevano la mia voglia di provare emozioni forti, o quello in cui dico chiaramente: I wanna be Sam Cristoforetti. L’idea di essere Sam mi piace perché guadagnerei qualche neurone in più, e potrei augurare anche io la buonanotte dallo spazio ai miei followers.. così, giusto per togliermi gli schiaffi dalla faccia e sopperire ai miei molteplici stati su Facebook nel 2009 in cui geolocalizzata presso “lettone”, auguravo a tutti una buona notte e dei sogni d’oro.

Open water poi non ne parliamo. Il film che mi ha forgiato a tal punto da decidere di non voler fare più nemmeno il bananone a Ostia Lido con gli amici, per paura di essere abbandonata in mare aperto.

127 ore mi ha fatto invece capire che il mio sogno di fare il giro sul Gran Canyon da sola non è proprio un’idea geniale, e in fin dei conti, nemmeno andare a prendere le castagne a Frigento nei boschi lo è. Potrebbe succedere qualsiasi cosa anche lì.

Arancia meccanica e funny games mi hanno insegnato di non aprire mai la porta a sconosciuti che ti chiedono delle uova. E Saw mi ha insegnato che è inutile sbattersi e menarsela più di tanto, perché alla fine le sue macchine della morte mi leveranno la vita in 1, massimo 2 minuti di sofferenza. Immagino il video di Jigsaw per me, più o meno così: “Ciao Claudia, sei qui perché ti lamenti sempre, soprattutto del fatto che ti reputi una budrilla e continui a ingerire roba come un cinghiale. Ho messo dell’amianto in tutte le tue merendine preferite. Per uscire dovrai mangiarle una ad una, e rischiare di morire di mesotelioma pleurico tra 10 anni.. oppure, verrai affogata in una vasca piena di impasto per torte da Ernst Knam.

In generale qualsiasi incontro ravvicinato con qualche pazzo che ha intenzione di uccidermi lo risolverei con un diplomatico: “facciamo una cosa veloce, che lo sbatti di correre non me lo accollo, sapendo già in anticipo come finisce sta storia. Fai quello che devi fare rapidamente, e trovati altro da fare stasera che non ho tempo da perdere in cazzate.”

Sono tante le cose che ho imparato guardando i film, probabilmente ne scriverò in futuro. In ogni caso se doveste scoprire che sono morta in condizioni proibitive, sul mio epitaffio scrivetelo comunque: “è morta combattendo”. Fa sempre figo.

A volte dubito che il Sole sia di fuoco
e che una stella, non la Luna, miro.
Che l’amore sia per me un pesante gioco
che porto con fatica pensando a te,
padre mio.

Lenta si apre la ferita e torna a lacrimare
come il peso della tua assenza
che mi schiaccia
e che mi lascia naufragare.

“Pensi di non essere stata abbastanza amata?”

Per guardarmi in viso inclinò un po’ la testa. Poi bruscamente annuì.

“Un punto a metà tra il ‘non sufficiente’ e il ‘completamente carente’. Ho sempre avuto fame di affetto, io. E mi sarebbe bastato riceverne a piene mani anche solo una volta. Abbastanza da dire, grazie, sono piena, più di così non ce la faccio. Ma un giorno pensai: io riuscirò a trovare qualcuno che mi ami al cento per cento ogni giorno della vita. L’ho deciso quando ero al quinto o al sesto anno di elementari.”

“Incredibile,” dissi ammirato. “E ci sei riuscita?”

“Beh, non è facile,” disse Midori. Poi restò qualche istante a riflettere, guardando il fumo. “Forse per via del fatto che ho aspettato tanto a lungo, io cerco qualcosa di assolutamente perfetto. Perciò non è facile.”

“Un amore perfetto?”

“No, nemmeno io aspiro a tanto. Mi basterebbe poter fare i capricci. Questa perfetta libertà. Mettiamo che io ti dicessi: ‘Ho voglia di mangiare torta alle fragole,’ e che tu lasciassi perdere tutto il resto per correre a comprarla. Tu ritorni con il fiatone e dici: ‘Ecco Midori, la tua torta di fragole’ e io rispondo: ‘Ah, ma adesso non mi va più’ e la butto dalla finestra. Ecco, questo è quello che cerco.”

“A me sembra che questo non c’entri niente con l’amore,” dissi io esterrefatto.

“C’entra e come. È solo che tu non lo sai,” disse Midori. “A volte per una donna queste cose sono molto importanti.”

“Cosa? Scagliare torte di fragola fuori dalla finestra?”

“Anche. In un caso del genere vorrei che lui mi dicesse: ‘Ho capito, Midori. Avrei dovuto immaginare da solo che ti sarebbe passata la voglia di torta di fragole. Sono uno stupido, senza spina dorsale, una merda di cavallo. Per farmi perdonare andrò subito a comprare qualche altra cosa. Cosa vorresti? Una mousse al cioccolato, una cheesecake?”

“E Allora?”

“Lo amerei quanto merita per quello che ha fatto per me.”

“Mi sembra un ragionamento piuttosto folle

“Però per me l’amore è questo. Per un certo tipo di persona l’amore comincia anche da cose terribilmente piccole o addirittura triviali, o non comincia affatto.”

-Haruki Murakami, Tokyo Blues Norwegian Wood.